La difesa di Xiaomi al bando deciso da Trump – Panorama

L’ultimo sgambetto alla Cina Trump l’ha fatto proprio sul filo della sirena. Una settimana prima del suo addio ha fatto inserire nella black list delle aziende potenzialmente “pericolose” anche Xiaomi, insieme all’azienda aerospaziale Comac e altre 7 compagnie.

L’accusa rivolta a Xiaomi, colosso cinese diventato ormai il terzo produttore mondiale di smartphone è pesante: affiliazione all’esercito cinese. I termini delle sanzioni rivolte all’azienda fondata da Lei Jun non sono ancora del tutto chiare, ma al momento sembrano meno restrittive rispetto a quelle imposte a Huawei.

Secondo le indiscrezioni trapelate, al momento Xiaomi può continuare ad acquistare chip prodotti negli Stati Uniti e utilizzare i servizi di Google, tanto che l’azienda di Pechino non ha comunicato nessun cambio di strategia e si è limitata a una dichiarazione ufficiale difensiva.

«Xiaomi ha sempre rispettato la legge e agito in conformità con le disposizioni e i regolamenti delle giurisdizioni dei Paesi in cui svolge la propria attività. La Società ribadisce che fornisce prodotti e servizi per uso civile e commerciale. Conferma inoltre di non essere posseduta, controllata o affiliata all’esercito cinese e di non essere una “Società militare comunista cinese” come definita dal NDAA».

Resta però il vincolo da parte di aziende e istituzioni americane di acquistare azioni del colosso cinese. Una limitazione tutt’altro che banale visto la crescita importante che l’azienda ha avuto in questi ultimi anni, crescita che ha bisogno di capitali per essere sostenuta.

Proprio per questa ragione Xiaomi ha deciso di tentare una causa nei confronti del Dipartimento del Tesoro e della Difesa degli Stati Uniti per uscire dalla black list. Secondo quando riportato dalla stampa americana, infatti, non essendoci alcuna evidenza delle accuse mosse al gigante cinese degli smartphone, l’azienda pretende di far valere le proprie ragioni e chiede di essere rimossa dall’elenco delle società ritenute potenzialmente pericolose.

Tuttavia, se l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca è certamente un segnale incoraggiante, questo cambio potrebbe non essere sufficiente per allentare la tensione con Xi Jinping. I vincoli imposti dall’amministrazione Trump non saranno azzerati in tempi brevi. Nei piani dei primi 100 giorni di governo il neo presidente democratico non ha fatto menzione a modifiche nei rapporti con la Cina e per ricucire i rapporti con il gigante asiatico ci vorrà comunque del tempo.

I danni per le aziende cinesi sono evidenti, Huawei nell’ultimo anno ha registrato un forte calo delle vendite compensate solo in parte dai volumi fatti in Cina e nel mercato asiatico, tanto che ad approfittarne è stata proprio Xiaomi diventato il terzo produttore mondiale scavalcando addirittura Apple. Ma a soffrire sono anche Qualcomm, Google e altre aziende americane che si sono viste ridurre le opportunità di business con i big cinesi.

Non sorprende ad esempio che Realme, uno dei produttori cinesi in ascesa, abbia da poco annunciato la collaborazione sempre più stretta con il produttore taiwanese di chip MediaTek con l’intenzione di introdurre il nuovo processore Dimensity 1200 entro i primi mesi del 2021.

Le nuove relazioni geo-politiche tra Washington e Pechino sono ancora tutte da ridefinire e non sarà questione di giorni, e nemmeno di mesi.

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